La chiesa di San Francesco della Vigna si trova nel sestiere di Castello, il quartiere nord-orientale di Venezia, e sorge su un lotto di terreno, in origine tenuto a vigneto, prospicente la laguna. La chiesa è opera di Jacopo Sansovino, l'architetto che nella prima metà del Cinquecento si rende protagonista del rinnovamento di piazza San Marco e di molti altri interventi monumentali. Questo antefatto è significativo perché la decisione di affidare il progetto di una nuova facciata al Palladio è segno di una svolta epocale. L'architetto vicentino è reduce da una prima esperienza veneziana non propriamente esaltante: l'intervento sulla chiesa di San Pietro di Castello, prestigioso ma destinato a restare a lungo sulla carta. Quella di San Francesco della Vigna è l'occasione decisiva per dare ragione ai suoi sostenitori e in primo luogo probabilmente a quel Daniele Barbaro, già committente della villa di Maser, che ha nuovamente perorato la sua causa presso il Patriarcato. Una circostanza in particolare gioca a favore del Palladio: il patriarca Giovanni Grimani vede di buon occhio un'operazione che consentirà di ridare smalto alla sua immagine, offuscata da accuse di eresia e da un processo ecclesiastico. Tra l'altro merita considerazione il fatto che il 1564, anno d'avvio dei lavori, coincide con la conclusione del Concilio di Trento. L'alto prelato, uomo colto e raffinato, cultore di antichità romane, apprezza il progetto del Palladio che dà una risposta brillante alla questione formale posta dall'applicazione degli schemi templari della classicità, espressione di edifici ad aula unica, alle chiese cristiane a più navate. La facciata di San Francesco della Vigna è composta da due ordini architettonici complanari, uno per la navata centrale, coperta da un timpano, e l'altro per quelle laterali, coperte da semitimpani, con un alto basamento come elemento di raccordo, soluzione che troverà più mature espressioni nella chiesa di San Giorgio e nella chiesa del Redentore. Singolare è la soluzione del portale, sovrastato da una finestra ispirata a schemi delle terme romane. Molto espressiva, la collocazione entro esigue nicchie, delle grandi statue bronzee di Mosè e San Paolo, realizzate nel 1592 da Tiziano aspetti per disposizione testamentaria del patriarca Grimani, al quale probabilmente si devono anche le quattro epigrafi dal significato alquanto ermetico. |